venerdì 11 dicembre 2015

Mia figlia è una zoccola (Racconto)



PREMESSA.
Lo spunto per questo breve racconto è venuto dalla telefonata -non si sa fino a che punto vera- di un ascoltatore di un programma a Radio24. Tutto il resto della narrazione e i personaggi sono farina, magari un po' avariata, del mio sacco.





Mia figlia è una zoccola

Mia figlia si chiama Gabriella, ha 32 anni ed è una zoccola.
Nel senso che lo fa per mestiere.
Vi racconto com’è andata.
Finita la scuola Gabriella cominciò ad andare a bottega da una manicure, imparò e si fece una clientela sua.
Andava casa per casa, con la sua valigetta piena di smalti, limette e creme e si prendeva cura delle mani delle casalinghe che non si potevano permettere un negozio specializzato ma non volevano rinunciare a tenersi in ordine.
Gabriella imparò anche a dipingere le unghie di tanti colori e con tanti disegni, quell’arte che non mi ricordo come si chiama.
Era molto brava nel suo lavoro e ben presto cominciò anche a ricevere a casa molte clienti.
La nostra casa non è molto grande: un tinellino con annessa cucina, due stanze da letto e un bagno; la tipica casa anni ’60 da 70-80 mq.
Ma per Gabriella, io e Monica, mia moglie, abbiamo rinunciato anche al tinello, pur di lasciarle lo spazio per lavorare.
Gabriella non ha mai avuto tempo per altro che per il lavoro, ha sempre detto che quando avrà messo abbastanza soldi da parte penserà a cercarsi un marito e a sposarsi. Ma evidentemente finora non c’è riuscita.
Poi un giorno la Giulia, la sua amica del cuore di quando andavano a scuola, è venuta a trovarla e si sono chiuse in camera di Gabriella a parlare, e parlavano fitto fitto che non si riusciva a capire niente, anche se la porta della camera c’ha il vetro come tutte le porte delle case degli anni ’60.
Quando dopo più di un’ora sono uscite, Gabriella era molto contenta e anche la Giulia sembrava soddisfatta.
Monica, mia moglie, preparò un the e lo servì con biscotti fatti in casa; ci sedemmo attorno al tavolo e ricordammo insieme tutte le marachelle che la Giulia e Gabriella avevano fatto da piccole. Ridevano e celiavano come ai vecchi tempi ed era un piacere guardarle così felici e serene.
Poi la Giulia si alzò e ci salutò abbracciandoci tutti e dicendo che si trasferiva in città, dove aveva trovato un buon posto, perché ormai lì in paese non aveva più possibilità di migliorare nel suo lavoro.
A cena chiedemmo a Gabriella cosa le aveva raccontato l’amica e quale fosse il lavoro della Giulia; ma lei rispose solo che era un lavoro molto remunerativo e non costava neanche molta fatica.
Dopo qualche giorno bussarono alla porta e un giovane lungo lungo e con un paio di stivali da cowboy chiese di Gabry.
Ci misi un po’ a capire che Gabry in effetti era Gabriella, ma fui contento che ora mia figlia avesse anche una clientela maschile.
Allora Gabriella portò il cliente con gli stivali in camera sua e si chiuse a chiave. Dopo una mezz’ora venne fuori col ragazzo e l’accompagnò alla porta, quindi ci disse che da ora in poi preferiva ricevere i clienti in camera sua invece che nel tinellino, perché aveva capito che la gente è più propensa a parlare delle cose proprie quando è in intimità, e se la gente sa di potersi confidare si sente più a suo agio.
La cosa strana fu però che se il cliente era uomo lo riceveva in camera e se era donna (ma ne venivano sempre meno… ) la serviva nel tinellino.
Monica, mia moglie, cominciò ad avere qualche dubbio su quello che stava succedendo, finché una sera, quando ormai tutti i clienti erano maschi e Gabriella lavorava fino a notte alta, la prese in disparte.
Parlarono in camera da letto nostra, fitto fitto e io non capivo niente di cosa si stavano dicendo, anche se la porta della camera c’ha il vetro come tutte le porte delle case degli anni ’60.
Poi Monica e Gabriella vennero fuori e mi parlarono.
La Giulia, raccontò Gabriella, in verità faceva un lavoro particolare: era una zoccola ed era andata in città perché lì c’erano molte più opportunità di trovare bei giovanotti in cerca di giovani ragazze ben disposte. Così aveva pensato, in nome della loro vecchia amicizia, di lasciare a lei i suoi clienti invece che abbandonarli a chissacchì: quando era possibile fare un favore… .
E così Gabriella era diventata Gabry con tutti gli annessi e connessi del caso.
Mentre mia figlia raccontava, mia moglie sorrideva e anzi sembrava partecipare alle parole di Gabriella, con cenni della testa e delle mani come volesse spiegare lei stessa.
A me quei discorsi facevano un po’ impressione… non so’ spiegare… mi pareva che c’era qualcosa di sbagliato, come quando vedi, ad esempio, un muro pitturato di blu cobalto e non capisci perché hai l’impressione che ci sia qualcosa che non vada. Ma poiché vedevo Gabriella (ora diventata Gabry) e mia moglie contente e serene, anch’io mi tranquillizai e ci facemmo tutti una bella risata e Monica, mia moglie, preparò una bella pasta aglio olio e peperoncino, davanti alla quale per la mia famiglia iniziò un nuovo periodo di pace e prosperità.
Infatti Gabriella, che evidentemente doveva essere molto brava nel suo lavoro, cominciò a incassare sempre più soldi e a riempire me e mia moglie di regali anche al di fuori delle feste e delle ricorrenze.
Io potei comprare l’auto nuova; Monica, mia moglie, si fece la pelliccia e cominciò ad andare dall’estetista, mentre prima era Gabriella che la serviva. E poi i sanitari del bagno nuovi, l’impianto stereo che si sentiva davvero bene (questo veramente era stata una idea di Gabriella che diceva che con un sottofondo musicale l’attesa dei clienti era più rilassante – un po’ come dal dentista); e, naturalmente, un nuovo salottino in stile moderno.
Tutto procedeva nel migliore dei modi; la mia casa, semplice e pulita, serviva egregiamente come luogo di lavoro di Gabry e i clienti erano sempre soddisfatti.
Una sera, era d’inverno e c’era un temporale che era iniziato al pomeriggio e ancora continuava a scaricare vagonate d’acqua sul paese, perciò nessuno era venuto a bussare alla nostra porta. Così Monica, mia moglie, preparò un sugo alle melanzane, di quelli che sa fare lei, e ci condì tre bei piatti di tagliatelle, spolverandoli abbondantemente di parmigiano e aprendo una bottiglia di rosso corposo delle sue colline astigiane. Conserve fatte in casa e frutta di stagione completavano l’intima cenetta.
Eravamo ormai alla fine quando trillò il telefonino.
Gabriella (per noi aveva conservato il suo nome da bambina) appena vide il nome sul display s’illuminò in viso e corse a rispondere dalla sua camera.
Parlò fitto fitto per una buona mezz’ora e alla fine tornò a tavola e ci disse che la Giulia si stava trasferendo in una città più grande e che le lasciava tutti i suoi clienti che aveva adesso lì.
Certo per Gabriella era un bel salto di qualità, poter fare strada nella città, far vedere quant’era brava. Era solo dispiaciuta di dover abbandonare i clienti che aveva a casa.
Qualche giorno dopo la partenza di Gabriella, seduto sul divano di pelle a leggere il giornale, guardavo Monica, mia moglie, che in babydoll fucsia si passava non so quale crema sulla pelle delle braccia davanti allo specchio del bagno e quel movimento così aggraziato non solo mi fece venire certe idee interessate, ma anche alcune interessanti.
In fondo Monica aveva 55 anni molto ben portati e si sa che la donna a quell’età ha raggiunto una sua certa maturità anche per cose di cui è meglio non parlare in pubblico.
E così mi sovvennero le parole della Giulia: perché abbandonare i clienti a chissacchì? Ormai tutti conoscevano la casa, gli orari e di certo se la figlia era così brava, la mamma non sarebbe stata da meno, anzi avrebbe avuto quel guizzo in più d’esperienza…
Monica, mia moglie, fu ben contenta di quest’idea, che le permetteva anche di occupare le sue giornate ora che Gabriella era partita e non doveva badare più a lei.
Ma soprattutto la rendeva orgogliosa il fatto di portare anche lei dei soldi a casa e partecipare alle spese della famiglia.
E così eccovi spiegato perché mia figlia è una zoccola.
Ma ora ho scoperto che anche mia moglie ci sa fare.

Lo stuzzicoso Oste Juan

8 commenti:

  1. La cosa triste è che vicende del genere sono davvero avvenute.
    E non solo in passato.

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    1. Lo so, anche se il mio voleva essere solo un piccolo racconto senza pretese...

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  2. Racconto davvero divertente.
    Nel mio quartiere c'è pure una famiglia così. Cioè, io ne conosco una ma forse ce ne stanno anche di più ^^

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    1. Come sempre la realtà supera la finzione!

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  3. In fondo, dopo la cessazione dei pregiudizi verso le razze diverse, le religioni diverse e l'omosessualità, non siamo abbastanza maturi per rinunciare a ogni pregiudizio verso le donne che si prostituiscono?

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    1. Vero Ariano, stranamente prostituire la propria mente per 5 euro l'ora in un call center è considerato meno degradante.

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    2. In verità io differenzierei chi si prostituisce come forma di 'passatempo' o comunque come convinta scelta personale (un po' come i personaggi del racconto) e chi, invece, lo fa costretto dal dover campare e andando così incontro anche a sfruttamento. Certamente, come sottolinea Ivano, esiste anche una forma di prostituzione intellettuale o di sfruttamento del lavoro tout court.

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  4. Molto carino. Penso anche io che se una donna lo fa liberamente non ci sia nulla di male. Purtroppo in Italia non sempre è così, e come dite voi c'è sfruttamento anche su tanti altri tipi di lavoro.

    Auguri!

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